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La macchina fotografica gigante e il progetto “Lightcatcher, il cacciatore di luce” al Merano WineFestivalXXV

Il Merano WineFestival, arrivato ormai alla sua 25esima edizione, conosce molto bene il valore del tempo: quello necessario per fare dei grandi vini e quello necessario per conoscerli e raccontarli. Un valore che non riguarda solo il vino, ma tutte le opere d’arte.

Ecco perchè quest’anno il Merano WineFestival ha deciso di raccontare la storia di un uomo con un grande sogno: catturare le Dolomiti – le montagne più belle del mondo – con la macchina fotografica per creare delle immagini eterne.

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Quest’uomo è Kurt Moser che sarà presente insieme a Barbara Holzknecht, che da sempre si occupa di tutti gli aspetti organizzativi e di comunicazione di questo progetto internazionale, con la loro macchina fotografica del 1907 al Merano WineFestival il 5 e il 6 novembre nel foyer del Kurhaus per raccontare e mostrare il loro eccezionale progetto “Lightcatcher, il cacciatore di luce

Inoltre, venerdì 4 novembre Kurt Moser salirà sul palco della cena di gala del Merano WineFestival per mettere all’asta una sua opera fotografica. Tutto il ricavato andrà in beneficenza alla città di Amatrice, colpita di recente dal terremoto.

Da più di un anno Kurt Moser gira l’Alto Adige con la sua macchina fotografica del 1907, grande quasi due metri, per ritrarre i volti dei contadini segnati dalla dura vita di montagna e per riprendere le vette spettacolari delle Dolomiti. Il suo progetto dal nome “Lightcatcher, il cacciatore di luce”, consiste nel trasformare un camion militare russo, un colosso di nome Ural, in una gigantesca macchina fotografica su sei ruote per ritrarre i luoghi più remoti delle Dolomiti.

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La tecnica utilizzata da Kurt Moser è la c.d. “Ambrotipia”, una tecnica antica, che fu all’origine della fotografia e che, nonostante l’avanzare della tecnologia, rimane l’unica in grado di raccontare con un linguaggio visivo così intenso le storie di queste montagne.

L’ambrotipia, sviluppata nel 1850 da Frederick Scott Archer, deriva il proprio nome dal greco “ambrotos”, che significa “immortale”. E’ una tecnica molto particolare che richiede tanto lavoro manuale e tanto tempo: vetro, argento e luce si uniscono in un processo chimico – a volte quasi alchemico – per diventare foto impressionanti su lastre nere. Un’immagine realizzata con l’ambrotipia non può essere copiata o riprodotta, né ridotta o ingrandita. Ogni lastra di vetro, dunque, è un “unicum” irripetibile, paragonabili alle impronte digitali umane.

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La mia intenzione – racconta Moser – è quella di creare un’esperienza fotografica , di fissare la qualità del visivo e l’estetica in una forma senza precedenti, di strappare storie dalla loro fugacità, di catturare il momento e trasformare le immagini in opere d’arte facendole apparire reali, eterne ed immortali.